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Intervista a Andrea Maccagno

Foto Macchina da Scrivere Vintage Underwood

Intervista a Andrea Maccagno

di Roberta Ferrino.

Andrea Maccagno nasce ad Alba il 25 Settembre 1991. Cresciuto in una famiglia di artisti, si avvicina fin da piccolo al mondo della musica destreggiandosi tra lezioni all’Istituto Musicale e giornate in studio di registrazione. Qui scopre l’armonia musicale e si cimenta contemporaneamente nei suoi primi arrangiamenti e nello studio del basso elettrico da autodidatta. 

La sua passione lo porta presto in giro per il mondo, partecipando a show e tourneè con artisti di fama internazionale.

Nel 2013 decide di sfruttare le sue abilità organizzative e gestionali creando altre aziende nel campo dell’innovazione e della tecnologia; inoltre si fa conoscere come fotografo affiancando un professionista ad alcuni matrimoni.

Come è nata questa tua passione per la musica?

“Fin da piccolo sono sempre stato circondato da strumenti musicali per via di mio nonno polistrumentista e di mio padre batterista, ingegnere del suono e vincitore di 6 Latin Grammy Awards.

Chiunque mi conosca da allora è solito dire che quando capitavo a giocare con uno strumento, dopo 5 minuti lo sapevo già suonare; ed è stato proprio mio nonno che, vedendo questa predisposizione, ha convinto i miei genitori a iscrivermi al Conservatorio.

Ho cominciato a circa 4 anni, tamburellando sulla batteria che avevamo in casa, mentre a scuola ho studiato teoria musicale, armonia, fisica acustica, psicoacustica e chitarra classica; la parte tecnica di registrazione e mixaggio invece, l’ho imparata da mio padre.”

A che età hai deciso che questo sarebbe stato il tuo lavoro?

“Credo di averlo sempre saputo. Ricordo in particolare la prima notte passata a lavorare nello studio di registrazione di mio padre, avevo 12 anni e riversavo su computer i nastri ADAT della registrazione del concerto di Alejandro Sanz svoltosi a Buenos Aires. Oltre a ciò, ricordo che passavo le mie giornate lì ad aiutarlo, ho registrato tanti artisti e contribuito durante gli arrangiamenti e le produzioni dei dischi. Sempre a 12 anni ho inventato lo pseudonimo “McWilliams”  o “McW” come tributo a quattro artisti da me stimati (tre dei quali conosciuti in quel periodo): John Williams, Robbie Williams, Robin Williams e il mio idolo da sempre William Shatner. Nei crediti di alcune produzioni discografiche è presente questo nome d’arte.”

Invece come è avvenuto l’approccio con l’arrangiamento e il basso elettrico?

“Di tutta la produzione discografica, la parte dell’arrangiamento e dell’armonia era quella che mi affascinava di più; quindi ho semplicemente deciso di puntare su ciò che più mi piaceva. 

Un pomeriggio ero in studio e stavo imbastendo un arrangiamento, lavoravo su un provino chitarra e voce e avevo aggiunto con la tastiera una linea di basso come ispirazione. Papà nell’ascoltarla era rimasto sbalordito tanto da dirmi: “Tu da domani devi suonare il basso”. Gli chiesi il perché di questa affermazione e la sua risposta fu che non sapeva come avessi fatto a tirarla fuori e che gli sembrava di aver sentito suonare Jaco Pastorius.

Ho quindi cercato un insegnante di basso che sapevo essere bravo musicista e turnista, ho scelto di prendere solo quattro lezioni in tutto per imparare da subito l’impostazione corretta dello strumento. 

Avendo già cultura musicale alla base, ho proseguito i miei studi di stile e tecnica da autodidatta.”

Con che tipo di basso hai iniziato?

“Il mio primo basso è stato un G&L a quattro corde, l’anno successivo, avendo esigenza di note più basse per suonare pop e rock, sono passato a un G&L a 5 corde e, in seguito, a un Yamaha a 6 corde.

Un giorno decisi di andare a trovare un vecchio amico liutaio; arrivato in laboratorio mi fece provare un 5 corde dalle proporzioni manico-corpo al di fuori di ogni standard. Suonandolo mi resi conto che sembrava fatto apposta per le mie dita e il suono era diverso da tutto ciò che mi era sempre stato familiare fino ad allora.

Ricordo che in quel periodo avevo deciso di mettere da parte un po’ di risparmi per degli investimenti futuri, ma quel basso mi era rimasto nel cuore, tanto da mandare all’aria tutti i progetti nell’arco di due ore. 

Ad oggi non ho ancora trovato un basso elettrico migliore: è un Canetta di liuteria, il mio miglior acquisto di sempre.

Oltre a questi, vorrei citare il Fender Jazz Bass Fretless acquistato da mio nonno nel ’72, oggetto di studio profondo e fedele compagno durante la produzione di musica sperimentale.”

Che tipo di bassista sei? A chi ti ispiri?

“Mi definirei il non-bassista: ho sempre avuto un approccio diverso, istintivo, eclettico e non convenzionale con il basso; molti pensano che questo sia solo uno strumento riempitivo, la verità è che determina più del 50% del brano.

Rimanendo nei canoni il basso può fare qualsiasi cosa, anche cambiare il senso armonico e il sapore della composizione.

Personalmente non saprei come definire il mio stile, solitamente suono in funzione del pezzo, cercando di migliorarlo, ma mantenendo sempre un alto grado di imprevedibilità (anche verso me stesso).

I miei idoli sono sempre stati Anthony Jackson e Alfredo Paixao, mentre il primo brano che ho imparato nella mia prima settimana di studio è stato “The chicken” di Jaco Pastorius.”

Che consiglio daresti a un musicista o compositore emergente?

“Ciò che ho imparato dalla mia esperienza è che noi musicisti siamo al servizio del pubblico e degli artisti con cui stiamo suonando; le essenze dell’arte sono il messaggio e l’impatto emotivo che possiamo regalare a un’altra persona. 

Suonare non è altro che la nota giusta al momento giusto, mentre la tecnica è il ferro del mestiere: è come il martello per il falegname, non deve mai prevaricare l’opera.

La parte più importante è in ogni caso chi ti sta ascoltando e questo, secondo me, è la prima cosa che si deve tenere a mente.

Se si vuole fare carriera, come in ogni lavoro, bisogna sapersi comportare da professionista, soddisfacendo le esigenze degli altri e offrendogli più di ciò che ci si aspetta. Questa è la vera chiave per il successo.

E’ chiaro che ci vogliano tanto studio e dedizione, ma questo non deve mai limitare la creatività; lo scopo è sempre l’aumento della conoscenza e della bravura, reso possibile dall’interpretazione di ogni stile o genere in chiave personale.

Non si tratta tanto di suonare musica, si tratta di capirla.”

Un’ultima domanda: perchè hai deciso di dedicarti ad altri progetti al di fuori della musica?

“L’idea è nata nel 2013, a livello personale i motivi sono stati due: il mettere a frutto la mia esperienza imprenditoriale acquisita fino a quel giorno e il fronteggiarmi con una realtà completamente diversa dalla mia.

Il campo scelto è stato quello della tecnologia e dell’innovazione: è andata molto bene, ho portato in Italia un sistema di riscaldamento fino a prima sconosciuto che garantisce un risparmio energetico superiore a tutti gli altri sistemi senza bisogno di manutenzione e senza generare alcun tipo di emissione nociva (CO2, gas inquinanti, elettromagnetismo, rumore).

Ne sentirete parlare molto presto…”

Crediti e collaborazioni
Wikipedia
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